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Napoli | Edifici abbandonati/inutilizzati

Last Update: 12/27/2020 7:13 PM
10/8/2015 3:46 PM
 
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CityclassR4, 01/06/2013 00:52:

Eccoci qua.

Bene, partiamo subito dal primo ponte che incontriamo: il ponte della Maddalena. Su di esso si è detto tantissimo e non voglio ritornarci, tanto è pieno di storia che non finirei mai.

Occupiamoci degli altri due toponimi relativi ai ponti: il ponte dei Granili e il ponte dei Francesi.

Via Ponte dei Granili la troviamo tra via Reg(g)ia di Portici e via Ponte dei Francesi. Dico "reg(g)ia" perché sostengo che il toponimo è stato corrotto nel tempo, per cui da via regia di Portici (si capisce il significato) si è passati a via Reggia di Portici, e proprio il fatto che andando verso est si raggiunge in un modo o nell'altro la reggia porticese ha determinato questo mutamento.

Sappiamo tutti che la zona orientale di Napoli era fino all'Ottocento una zona paludosa, ricca di acque e coltivazioni. Ecco, proprio dopo un'alluvione avvenuta nel 1822 il Genio borbonico, e in particolare il capitano Colella, realizzò il cosiddetto "alveo comune di Pollena", un canale che convogliasse le acque torrentizie provenienti dal Vesuvio (da Pollena) affinché non allagassero la zona, che era sì tanto ricca di acque, ma sappiamo che "il troppo stroppia".

Questo canale in linea retta va verso sud-ovest (oggi lo possiamo trovare grazie alla strada che scorreva lungo il suo argine, via Argine appunto) e sfocia dopo il palazzo dei Granili di Ferdinando Fuga (da più di cinquant'anni scomparso) nella zona detta "dei Gigli" (poi ci torniamo). Nel 1826 sempre il capitano Colella realizzò un ponte che scavalcasse l'alveo di Pollena alla foce, e fu chiamato "ponte dei Gigli" perché appunto sorgeva nella zona dei Gigli.

Perché "Gigli"? Ci viene in aiuto quel grande botanico che fu Michele Tenore, il quale si legò indissolubilmente all'Orto Botanico (tant'è che la "salita alle Croci", che lo costegga a ovest, prende il suo nome). Michele Tenore riferisce che nella zona dopo il ponte della Maddalena era di casa il pancratium maritimum, comunemente chiamato "giglio di mare".

Nel 1828 Stefano Gasse realizzò a ridosso di questo ponte (dopo di questo per chi va a San Giovanni, prima per chi va a Napoli) due barriere doganali: l'Officina della Gabella e l'Officina del Mercato Vaccino. Ragion per cui il ponte fu chiamato "ponte della Dogana".

Ecco un'immagine delle due barriere doganali. La dogana in primo piano oggi non c'è più, al contrario di quella che si scorge a stento sulla destra della foto, anche se è un povero rudere.



Oggi il ponte del Colella non esiste più, infatti oggi gli ha preso il posto un cavalcavia anonimo per i raccordi col porto. Anche l'alveo di Pollena non esiste più. Del toponimo "Gigli" abbiamo una traccia nella via Marina dei Gigli, che ci ricorda un luogo amenissimo da troppo tempo scomparso.

Nella foto vediamo un ponte, che non è quello dei Granili-Gigli-Dogana, ma è quello dei Francesi. Ora bisogna fare un pò di teorie sul perché si chiami ponte dei Francesi, rifacendoci a due importanti storici: Gino Doria e Franco De Arcangelis, che hanno scritto entrambi un'opera di toponomastica cittadina.

Gino Doria riporta troppo frettolosamente che il ponte è detto dei Francesi perché legato alle vicende militari del 1799 dell'esercito di Championnet che entrò a Napoli.

Ed ecco Franco De Arcangelis, che - a mio parere - è più oculato e scrupoloso nell'analizzare il toponimo. Avete mai notato che sotto il ponte dei Francesi passa la ferrovia Napoli-Salerno? Bene. Dovete sapere che in epoca preunitaria ci passava la mitica Napoli-Portici, costruita - guarda un pò - dal francese Armand Bayard.

De Arcangelis ritiene dunque che il ponte sia stato costruito dalla società di Bayard per proteggere i due flussi: ferroviario e pedonal-carraio.

Non a caso il ponte sembra assai vetusto, specie nelle arcate (la foto è de lestradeferrate.it, un sito molto interessante e preciso), cosa che ci fa pensare che con ogni probabilità è di epoca risalente; ciò combacia con la spiegazione di De Arcangelis.



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La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso

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